Recentemente, lo scorso 17 settembre, il Centro Ippico Lombardo di Milano ha ospitato una interessante inziativa di cui avevamo dato notizia. Nell’ambito di “Il Cavaliere è un atleta’ – incontro realizzato con la preziosa collaborazione del dottor Vinicio Salerno – è stato approfondito un concetto che spesso viene trascurato. Il benessere fisico del cavaliere, in particolare la sua postura, è il primo strumento di comunicazione con il cavallo. Se sussiste una alterazione nell’umano, questa può trasmettere male i nostri comandi o arrivare a creare rigidità e contrazioni anche nel cavallo. Ben lo ha spiegato Salerno, laureato in Scienze Motorie, massofisioterapista, osteopata e soprattutto cavaliere.
Dottor Salerno, perché nasce l’idea di occuparsi specificamente del corpo del cavaliere?
«Nasce da un’osservazione molto semplice: nel mondo equestre dedichiamo, giustamente, moltissima attenzione al corpo del cavallo, ma molto meno a quello del cavaliere. Eppure il cavaliere è parte integrante del binomio. Una rigidità, una limitazione di mobilità o un’asimmetria possono modificare il suo assetto e il modo in cui comunica con il cavallo. La Clinica del Cavaliere nasce quindi per osservare e prendersi cura anche di questa seconda metà del binomio».
Lei unisce una formazione clinica a un’esperienza diretta come cavaliere. Quanto ha inciso questo nella nascita del progetto?
«Moltissimo. Essere cavaliere permette di comprendere sensazioni molto specifiche: sentirsi più rigidi da un lato, avere difficoltà a seguire il movimento con il bacino o percepire una gamba diversa dall’altra. La formazione clinica e osteopatica mi permette di trasformare queste sensazioni in domande: perché succede? C’è una limitazione? Il corpo sta compensando qualcosa? La Clinica del Cavaliere nasce proprio dall’incontro tra questi due mondi».
In che modo il corpo del cavaliere influenza concretamente il cavallo?
«Quando siamo in sella comunichiamo continuamente attraverso il nostro corpo, anche senza rendercene conto. Se un’anca si muove meno, se il bacino tende a ruotare o se carichiamo maggiormente un lato, il cavallo riceve comunque queste informazioni. Non significa che ogni problema del cavallo dipenda dal cavaliere, ma significa riconoscere che nel binomio ci sono due corpi che si influenzano continuamente».
Uno degli aspetti più originali del vostro percorso è la valutazione posturale in sella. Di cosa si tratta esattamente?
«È il collegamento tra ciò che osserviamo durante la valutazione a terra e quello che accade realmente a cavallo. Possiamo individuare, per esempio, una limitazione di un’anca o un’asimmetria del bacino e poi verificare come questa si manifesta durante il gesto equestre. Non cerchiamo una posizione esteticamente perfetta. Cerchiamo di capire perché il cavaliere si muove in quel modo e se il suo corpo gli permette realmente di fare ciò che gli viene richiesto».
Quali distretti corporei sono più coinvolti nell’attività equestre?
«Il cavaliere utilizza tutto il corpo, ma sicuramente bacino, colonna vertebrale e anche hanno un ruolo centrale. Dal punto di vista osteopatico, però, cerchiamo di non osservare questi distretti isolatamente. Il bacino è in relazione con colonna, arti inferiori, tronco e diaframma. È proprio questa visione globale che ci interessa: capire come le diverse parti del corpo collaborano durante il movimento».
Quali sono i problemi che incontrate più frequentemente nella vostraattività?
«Dolori lombari, cervicalgie, rigidità, limitazioni di mobilità e asimmetrie sono sicuramente frequenti. Ma incontriamo anche cavalieri senza un vero dolore che riferiscono semplicemente: “da questo lato faccio più fatica” oppure “questa gamba non riesco a tenerla come l’altra”. Sono segnali interessanti perché possono indicare che il corpo sta utilizzando una strategia di compenso che in sella diventa più evidente».



Come è strutturato concretamente il vostro metodo di lavoro?
«Partiamo dall’ascolto e dalla storia della persona, poi passiamo alla valutazione clinica, funzionale e osteopatica. Quando possibile osserviamo anche il cavaliere in sella, mettendo in relazione ciò che abbiamo trovato a terra con il gesto equestre. Se necessario interveniamo con il trattamento e successivamente possiamo integrare esercizi specifici. Quindi non esiste un protocollo uguale per tutti: il percorso nasce sempre dalla valutazione individuale».
L’osteopatia viene spesso associata al mondo dello sport. Che ruolo ha nella prevenzione degli infortuni?
«L’osteopatia può inserirsi all’interno di un percorso più ampio di prevenzione. Il nostro obiettivo è individuare limitazioni funzionali e strategie di compenso, osservando la persona nella sua globalità e non soltanto nella zona in cui compare il sintomo. Questo significa considerare le relazioni tra sistema muscolo-scheletrico, respirazione, diaframma e altre strutture corporee. La prevenzione, però, non dipende da un singolo trattamento: nasce dall’integrazione tra valutazione, consapevolezza, gestione del corpo e lavoro attivo».
Il percorso di preparazione fisica è uguale per tutte le discipline equestri?
«No. Prima ancora della disciplina praticata, per noi viene la persona. Due cavalieri possono presentare la stessa difficoltà in sella per motivi completamente diversi. Per questo partiamo dalla valutazione individuale e solo successivamente costruiamo eventuali esercizi specifici, tenendo conto anche della disciplina e delle richieste del gesto equestre».
Come si inserisce il vostro lavoro rispetto alle altre figure professionali che seguono già il binomio?
«In un’ottica di collaborazione. L’istruttore osserva il gesto tecnico, il veterinario tutela la salute del cavallo e le altre figure intervengono nelle rispettive competenze. Noi aggiungiamo un’attenzione specifica al corpo del cavaliere. Se una difficoltà tecnica continua a ripetersi, può essere utile capire se esiste anche una limitazione fisica che rende quella correzione difficile. È qui che il dialogo tra professionisti diventa particolarmente importante».
Cosa si porta a casa chi partecipa a una valutazione presso la Clinica del Cavaliere?
«Prima di tutto una maggiore conoscenza del proprio corpo. Il cavaliere impara a riconoscere eventuali rigidità, asimmetrie e strategie di compenso e a comprendere se possono avere una relazione con ciò che percepisce in sella. L’obiettivo non è soltanto trattare un problema, ma aumentare la consapevolezza del cavaliere. Vorremmo che tornasse in sella iniziando a chiedersi: “Che cosa sta facendo il mio corpo mentre monto?”»
Qual è, in sintesi, il messaggio che vorreste lasciare a chi frequenta il mondo dell’equitazione?
«Che il binomio è composto da due corpi in relazione. Siamo molto attenti al benessere e al movimento del cavallo. Crediamo sia importante iniziare ad avere la stessa attenzione anche nei confronti del cavaliere. Perché ogni rigidità, adattamento o compenso del nostro corpo può entrare nella comunicazione con il cavallo. In sintesi: prendersi cura del corpo del cavaliere significa prendersi cura di una delle due metà del binomio».
Fonte: Centro Ippico Lombardo























